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Cila e il corvo, cm 60 x 100, alchidici su legno 1996

vita e morte di cila fatina dal verde sorriso

c'era una volta una piccola fatina - figlia d'un larice e un cirmolo - che tutti chiamavano cila. ma tutti chi? - ma i coboldi che scolpivan da sempre i cristalli di rocca ed i fiocchi di neve che nutrivano i ghiacciai e le ninfe dei boschi e le bionde nerèidi che affollavan sorgenti e cascate. cila cantava dall'alba al tramonto facendo incantare i pastori. cervi e stambecchi smettevan di bramire per ascoltarla - mentre orsi maestosi e marmotte sospettose si reggevan su due zampe perché il vento gli portasse con maggior passione quell'arcana melodia. melodia di cui gli umani non capivan le parole - perché era il linguaggio degli alberi - dei cirmoli e dei larici - e dei pini mughi e dei rododendri fioriti. ed era anche il linguaggio dei fiori - le genziane d'un giallo solare - che hanno voce di soprano - e le genziane blu - che hanno il timbro clamoroso del baritono - e gli edelweiss dal sussurro di bambina. e ancora dei ranuncoli e del veratro bianco - che uccide chi lo coglie - e del cardo spinoso dal tenero cuore. era questo il gran coro diretto da cila - la figlia d'un larice e un cirmolo. e larice e cirmolo s'alternavano in generazioni: all'ombra dei grandi larici crescevano i piccoli cirmoli - e sotto i cirmoli adulti cercavan protezione le nuove piantine di larice. e cila - fatina dal verde sorriso - cantava e cantava anche quando le nevi silenti attutivan la sua voce - mentre il colore dei larici si trasformava in camoscio e quello dei cirmoli - in contrasto con la neve - diventava quasi nero. e la pioggia sottile d'aprile e la pioggia scrosciante d'estate e la pioggia dell'autunno salmodiante inondavano di musica bagnata i larici ed i cirmoli che si proteggevan fra loro. e cila cantava e cantava col variar delle stagioni. ed un giorno da terre lontane - chiamate pianure - arrivarono note stonate. la musica non fu più quella. aveva - come dire - un rancore - chissà che cosa d'acido . i cirmoli per primi l'avvertirono - e poi l'avvertirono i larici - e i timidi e bassotti pini mughi - e i rododendri fioriti - che sempre più stanchi arrivavano ad una stanca fioritura. ed anche il canto di cila - che suonava dall'alba al tramonto - piano piano s'arrochì. gli orsi maestosi e le sospettose marmotte non si ergevan più su due zampe: il canto non era più quello. e accanto ai pastori incantati s'ammassarono altri umani - quelli che non conoscevano il linguaggio degli alberi - il linguaggio di cila - per costruire le strade - profonde ferite nei fianchi dei monti - che se ne morivano in frane - e per domare torrenti e ruscelli e sorgenti facendoli scoppiare nel circo delle dighe - povere bestie acquatiche prive d'ogni libertà. e vennero i turisti - turisti sciatori e turisti fungaioli e turisti purchessia - perché è bello mandare in pianura una bella cartolina con un timbro d'un rifugio raggiunto in elicottero. i pastori se ne andarono in pianura - disincantati - per diventare umani - e gli orsi se ne fuggirono con le marmotte - e di loro non si seppe più nulla. il nero dei cirmoli invernali era ormai come un triste color rosa - e il camoscio dei larici era solo un groviglio di rami spinosi. le nerèidi e le silfidi se n'erano andate - forse eran morte durante la fuga - e i pastori ormai fuggiti avrebbero potuto assistere impotenti all'agonia dei ghiacciai. i cristalli di rocca brillavano nelle vetrine dei mineràlogi - e i fiocchi di neve cadevano color grigio perla. e a cila - fatina dal verde sorriso - venne a mancare il coro. e s'intristì. non aveva più i rami di cirmoli e larici - come una mamma e un papà - per proteggerla. e si chiuse in un triste silenzio e si perse nel nulla. scavatrici e sciatori e turisti e turbìne sono la nuova orchestra. questo ci piace e piace a pietro archis - che ci ha raccontato la fiaba di cila fatina dal verde sorriso.

scritta da pietro archis e aggiustata a modo da giancarlo mariani