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Eugenio Giannì

Mistica dell’anima


Non ogni rapporto con la natura è da valutare come individuazione di una visione mistica del mondo, né ogni rilevazione del soprannaturale può considerarsi conseguenza di un rapporto diretto e individuale. Accade, e nel caso di Pietro Archis molto spesso, che la semplice acquisizione del linguaggio della natura, filtrato da una coscienza pervasa da una logica non sempre irrazionale ma certamente fantastica e surreale, diventi un’onda che invade l’anima e rende mistica ogni sua esclamazione. A confermare tale giudizio è l’ambiente nel quale gravita l’artista, le montagne di Bolzano, le sue colorazioni, le sue forme, la natura che lo riveste e ne “altera” (in senso mistico, appunto) il sentimento preposto alla sua rappresentazione. L’arte di Pietro Archis raggruppa ed indaga le presenze che popolano l’inconscio; è un mezzo che permette di “visualizzare” ciò che di arcano muove i nostri sogni o fa rabbrividire al cospetto di un rumore inaspettato o alla percezione di un insieme di arbusti sul finire del giorno. E può accadere di sentire nel silenzio della sera un suono o rumore inesistente che non ha nulla in comune con quanto oggettivamente rilevano i nostri sensi ma che tuttavia induce ad una maggiore attenzione: una nota non facilmente definibile, un dialogare che trascende le nostre percezioni, un’immagine che non ha luogo nella memoria, un colore non compreso all’interno dello spettro solare. Commistione di elementi, ma anche di sensazioni, di emozioni e di paure, di sogno e di realtà si concatenano per imporre uno sforzo perché il nostro essere partecipi a quanto appare uscire dalla consuete categorie conoscitive. L’anima dell’uomo, seppure lontana da ogni possibile rapporto col trascendente, è piuttosto sensibile a ciò che appartiene alla propria sfera. E le visioni di Archis sono la materializzazione di tali intime sensazioni, la conseguenza di un rapporto dialogico tra uomo e natura.

Muoversi all’interno dell’opera è, perciò, come muoversi in presenza dell’artista tra i fitti sentieri che da Bolzano si inerpicano sino a disperdersi alla vista. Là, in quei luoghi apparentemente solitari, ma dal forte impatto visivo al mutare della luce, Archis riceve la sua “unzione spirituale” e da artista si trasforma in “sciamano” dall’oscuro destino. Ma le sue magie non sono atteggiamenti fantastici che la logica stenta ad accettare ma “nutrimento” che soddisfa i bisogni interiori. L’arte di Archis è proprio un alimento, tanto necessario quanto ricco di implicazioni culturali. Non sostentarsi equivale a non comprendere il Mistero dell’Aurora, a non rilevare il Dominio delle potenze che adombrano l’inconscio e rendono inquieta l’esistenza. Porre tali forze sul piano dell’essere è come avere un Occhio della notte sensibile alle delicate modulazioni che trasformano un’ombra in una immagine surreale. Ma se vogliamo, tutta l’arte di Archis è un repertorio onirico al cui interno è però possibile distinguere il respiro dell’anima e la bellezza del creato, anche di quella parte solo sognata. Non a caso l’opera si pone davanti all’osservatore come fonte di dialogo, sia dal punto di vista testuale che visivo. All’artista preme rilevare che il dialogo non può esaurirsi con la semplice presentazione dell’immagine, per tale ragione coniuga al soggetto un testo di per sé insignificante ma necessario. Non è, infatti, il senso nascosto a smuovere l’interesse così come non è la semplice forma a trattenere l’osservatore, ma la dinamica che sta alla base della comunicazione: l’immagine, seppure appartenente ad un repertorio “visionario”, conserva un contenuto che il fruitore è chiamato a registrare nello stesso modo di un testo verbale. E non importa se accoglie solo una parte dell’intero messaggio, quello che ha valore è che penetri il senso e ne rilevi le emozioni. L’arte è un fenomeno dai complessi significati, ognuno in balia dei fruitori: quello che portano via, poco o molto che sia, arricchisce spiritualmente e culturalmente. Sostare davanti all’opera è, dunque, il mezzo perché gli enigmi che hanno scosso l’artista davanti al fenomeno della vita possano smuovere le corde del sentimento dell’osservatore. I Misteri di Archis, i suoi Laghi d’argento, le sue percezioni sono momenti ineluttabili di un uomo che vive dall’interno la natura e ne afferra le potenze che la alimentano e la rendano ineguagliabile. Ed è incomparabile l’arte di Archis non solo per i soggetti ma anche per la qualità del manufatto pittorico; per la particolare capacità organizzativa del piano spaziale ma anche per il modo di rendere visibile l’invisibile. Ci si potrebbe intimidire di fronte a delle immagini che dell’uomo conservano alcuni dati alterati, eppure, superato il primo impatto, l’opera coercisce a tal punto da renderci complice della sua stessa definizione. Sentiamo che qualcosa dentro di noi si muove, chiede nuove rivelazioni, si pone all’esterno e ci avvolge nel suo respiro. Se non fosse per il tempo, sosterremmo all’infinito perché il “mistico” sentimento che ha invaso primariamente Archis ha trovato un luogo anche in noi, e di questo desideriamo assetarci.


Perugia, febbraio 2007


Luciano Cancelloni

L’ARTE FRA MITO E REALTA’

Il mito, la leggenda, hanno accompagnato l’uomo fin dalla sua apparizione sulla terra, divenendone componente costitutiva per la sua stessa esistenza.

L’artista PIETRO ARCHIS, con la sua pittura si fa cantore e prosecutore di saghe, leggende e fiabe ambientate tra i monti da lui abitati.

Accostarsi ai lavori dell’artista è come entrare in un mondo surreale, parallelo a quello che ci è dato a conoscere, nella sua poetica c’è un universo, a volte onirico, oltre immaginifico, sospeso tra il reale e l’irreale, dove la demarcazione è fluttuante, senza mai giungere ad una vera rappresentazione che ne delimita il confine, è in questa sospensione palpitante che, trovarsi al cospetto delle sue opere, se ne viene attratti e ammaliati.

Osservare le sue opere obbliga ad una lettura itinerario, alcuni dipinti sono vere e proprie leggende narrate con fraseggio simbolico e mitiche allegorie.

I colori, prevalentemente scuri e freddi efficaci nella loro intelligibilità espressiva, che nel modo di rappresentarsi diventano locuzioni, con una grammatica fatta di masse e forme materiche, con una sintassi espositiva da creare trasparenze e forze cinetiche.

Archis è uomo del nord, vive tra le montagne e paesaggi fatti di boschi e altopiani, ruscelli che si snodano tra le valli con acque limpide e gorgoglianti e nel loro definire fanno da colonna sonora al suo vagabondare, traendo forze ispiratici per le sue creazioni. E’ da questa amena scenografica che l’artista esprime il suo carattere forte, a volte da sembrare scontroso, ma capace di manifestare tutta la sua sensibilità e il suo modo di filosofeggiare, è questo il tratto del suo stilema.

Oltre alle montagne, nei suoi dipinti è presente l’acqua, elementi antimonici, ma soltanto in apparenza, a dimostrare la complessità e la complementarietà nel suo fare arte.

La sua formazione artistica combattuta tra compattezza granitica delle montagne e le fluidità e penetrabilità dell’elemento liquido come simbolo di fecondità e purezza, in molti lavori è presente la donna, donna che è madre, amica, amante ma pur sempre generatrice di vita e amore, avvolta dall’acqua a simboleggiare il liquido ammiotico.

Nello spleen dell’artista è palesemente espresso un atteggiamento narcisistico, non nella valenza semantica, ma come energia lipidica del proprio io proiettato sull’immagine femminile.

In Archis Pietro troviamo il nuovo Ulisse; il primo, navigare per mari e terre lontane, mentre il nostro viaggio con un moderno camper, in perenne compagnia del suo argo; gli ostacoli dell’odierno, in quanto uomo contemporaneo si disvelano tra le angosce esistenziali e la complessità della vita moderna.

La poetica, nella sua arte, è marcatamente impregnata di un sereno misticismo panteistico e di motivi ancestrali.

L’accesa manualità materia è priva di esagerazioni formaliste, la sua è una figurazione essenzialmente epifanica.

Pur collocate nelle forzate dimensioni dei supporti, i suoi personaggi sembrano voler uscire ad unirsi all’osservatore e creare un rapporto dialogante, tanto che il sogno e la leggenda ne diventi realtà.

Pietro Archis, artista non più giovanissimo, con un significativo passato nel mondo dell’arte figurativa di vocazione espressionista, capace di regalarci nuovi ed originali lavori, usciti dal suo caleidoscopico magico mondo.


Eugenio Giannì

(Extract from the catalogne “Armonie”, autumn 2005)


...Pietro Archis is an artist whom the relation with nature emanate from each stroke of the brush and whom the chromatics tonalities reveal himself as the companion of the diffused light, almost twilight, without violence nor contrast that could bring to excitement or disturb the peace of the mind.

A person apparently shy, with a sensitivity, thought, that confuse the curious people which would like to let out the meaning of any hidden fact, of any torment or enthousiasm of the human being's soul:nothing is in fact more unthinkable that bringing to light the irremovable meaning of wait.

Archis, notwithstanding the grandeur of his painting is impenetrable to the sunbeams like the deepest forest and when we believe to have found the right path, we find ourselves in front of a ravine or a river with impossible issues.

At this point, it is better to give up, waiting for a better day to give it another try: this is the only way to get in the artist's world.

We can make it after a long wait, after having separated a sign from another, a stroke from another, a sound from another.

We go further after our eyes are getting used to the penumbra, taking the silence as a sweet melody, having beated the fear of the murmuring of the leaves, following the monbeams as the right way to the real meaning of the artwork, taking the shapes of ancient meaning of being, then, like a dazzle, the space shows all of a sudden an inexpressible modesty and the pictures flowers like a dream came from inside.

The canvass which restricts the scene becomes then infinite, being a part of an overall picture which as been breaking apart to be offered to the eye of the time, piece after piece.

Only at this moment, when we think we got lost, every become clear.

The director Pietro Archis shows us the isolation of his mountains.

He is amaizing with his silence made of shapes which pullulate of life and sounds that an ear not properly trained to the perpection of the melody of a swarm of bees find hard to record.

Archis is an artist very connected to the earth.

Archis is the writer whom, with strokes of brush can tell you the best of the story of life:detail of a story, the artwork shows the nature personifie by human being, women who like trunks of age-old trees twists, bustle around, and open themselves to kiss ths universe.

From the shadow they rebound to the light which shapes the pictures making it similarto a tangling of strengths, a strong painting like could be the one of Signorelli, shaded of a mystic meaning of loneliness which find in the representation of the women with is nature close to mothernature his best expression.

From this paradoxical motion of energy, from this implacable instinct which moves the shapes, building then changing them comes out the arcane which gives to the artworks numerous meanings: in one hand, the religious aspect which requests the participation, in the other hand the wears of plans, result ot a situation of decomposition.


Eugenio Giannì

(Extrait du catalogne “Armonie” Gubbio, automne 2005)


...Pietro Archis est un artiste dont le rapport avec le nature émane de chaque trait de pinceau et dont les tonalités chromatiques le révèlent comme compagnon de la lumière diffuse, presque crépusculaire, privée de violence et de contrastes qui peuvent éveiller l'agitation ou déranger le calme.

Un personnage en apparence réservé, dont la sensibilité,cependant, trouble les curieux qui voudraient révéler la raison de chaque donnée dissimulée,de chaque tourment ou enthousiasme de l'âme humaine : rien de plus impensable que de porter à la lumière l'inamovible sens de l'attente.

Archis, nonobstant la majesté de sa peinture est impénétrable comme le sous-bois le plus dru à la lumière du soleil et lorsqu'on croit avoir trouvé le juste sentier, nous voila devant un ravin ou à un itinéraire aux embouchures impossibles.

A ce point, mieux vaut s'arrêter, attendre un autre jour pour s'y risquer de nouveau : c'est la seule facon de rentrer dans le monde de l'artiste.

On y arrive après une longue attente, après avoir séparé un signe de l'autre, un trait de l'autre, un son de l'autre.

On progresse aprés que l'oeil se soit habitué à la pénombre, accueillant le silence comme une douce mélodie, ayant vaincu la peur du bruissement des feuilles, suivant le rayon de lune comme parcours déchiffrable de l'oeuvre, révêtant les formes de l'antique sens de l'être, alors, comme un éblouissement, l'espace se revêt d'une indiscible pudeur et les images fleurissent comme d'un rêve percu de l'intérieur.

Le support qui limite la scène devient donc infini, s'intègre comme partie d'un ensemble qui a été séparé par nécessité pour être offert à l'oeil du temps, photogramme après photogramme.

Seulement à ce moment, quand nous pensons nous être perdus, tout se montre comme partie d'un unique ensemble.Le metteur en scène, Pietro Archis, et l'isolement de ses montagnes.

Il étourdit avec son silence fait de formes qui pullulent de vie et de sons que l'oreille, non exercée aux mélodies d'un essaim d'insectes, à difficulté à enregistrer.

Archis est un artiste lié à la terre.

Archis est l'écrivain qui, avec des traits de peinture sait offrir le meilleur du roman de la vie : détail d'une histoire, l'oeuvre montre la nature comme personnifiée par les êtres humains, de femmes qui comme des troncs d'arbres centennaires se tourmentent, s'agitent et s'ouvrent pour embrasser l'univers.

De l'ombre, rebondissent vers la lumière qui modelle les images et les rends similaires à un enchevêtrement de forces, une peinture vigoureuse, comme pourrait être celle de Signorelli, ombragée d'un sens mystique de solitude qui trouve dans la représentation de la femme par sa nature proche de mère nature, son expression maximale.

De ce mouvement paradoxal d'énergies, de cet implacable instinct qui agite les formes, qui modelle et déforme, se dégage l'arcane qui revet l'oeuvre d'un message multiple: d'une part l'aspect religieux qui requiert la participation et de l'autre l'usure des plans conséquence d'une situation de décomposition.



Eugenio Giannì

(Auszug aus dem Katalog “Armonie” Gubbio, Herbst 2005)


...Pietro Archis ist ein Künstler, dessen Pinselstriche seine sentimentale Verbindung zur Natur ausdrücken; seine Farbnuancen zeichnen ihn als Freund des bedeckten Lichtes aus, beinahe abendlich, frei von Schärfe oder wuchtigen Kontrasten, die die Ruhe stören könnten. Eine augenscheinlich scheue Person; seine Sanftheit jedoch verblüfft Neugierige oder jene, die das Geheimnis des Verborgenen, aller Regungen oder Entusiasmus der menschlichen Seele lüften wollten: nichts scheint undenkbarer, als diese eindringliche Erwartungshaltung ans Licht zu bringen.

Archis ist trotz der Erhabenheit seiner Malerei undurchschaubar wie ein Wald bei Sonnenuntergang. Wenn wir glauben, den rechten Weg gefunden zu haben, so stehen wir in Wahrheit vor einem tiefen Abgrund oder einem ausweglosen Irrgarten.

Sobald das geschieht, ist es besser innezuhalten und einen helleren Tag abzuwarten. Dies ist der einzige Weg um in die Welt des Künstlers zu gelangen.

Nach angem Abwarten erlangen wir den ersehnten Zugang, nachdem wir die einzelnen Pinselstriche voneinander getrennt haben, ein Zeichen vom anderen, einen Ton vom nächsten.

Wir gehen dahin, nachdem sich unser Auge an die Dämmerung gewöhnt hat, die Stille wie eine süße Melodie in uns tragend, die Angst vor rauschenden Blättern überwunden, vom Mondschein als Wegweiser der Bilder begleitet, der die Formen des Ursinns des Lebens einkleidet.

Dann wird der Raum wie mit einem Lichtstrahl von unbeschreiblicher Sanftheit erfüllt und die Bilder entfliehen wie von einem Traum getragen.

Die Grenzen der erzählenden Unterlage werden ins Unendliche versetzt und beziehen somit einen Teil des Ganzen mit ein; ein Teil der entnommen wurde um dem Auge der Zeit vorgelegt zu werden, ein Bild nach dem anderen.

Und erst dann, wenn wir meinen uns verirrt zu haben, zeigt sich alles wieder als eine Einheit. Von der Einsamkeit seines Berges aus betäubt der Regisseur Pietro Archis mit Stille; sie wird mit Formen überschäumenden Lebens errichtet und mit Lauten, die ein Ohr, welches im Lauschen von Insektenschwärmen nicht geübt ist, nur mit enormer Anstrengung zu hören vermag.

Archis ist ein bodenständiger Künstler; er ist ein Schriftsteller, der mit weichen Pinselstrichen nur das Beste aus dem Roman über das Leben bietet: eine besondere Geschichte, das Werk zeigt die Natur, wie menschgewordene Wesen, wie Frauen, die sich wie uralte Baumstämme aneinanderschmiegen, sie regen sich gen Himmel, um das Universum zu umarmen.

Von der Dunkelheit wenden sie sich dem Licht zu, welches den Bildern Form gibt und sie einem Kraftgewirr gleichen läßt. Eine energische Malerei, wie jene von Signorelli, von einer mystischen Einsamkeit überschattet, die in der Gestalt einer Frau, von Natur aus eine mutternahe Figur, ihren höchsten Ausdruck erreicht.

Von diesem paradoxen Energiefluss, von diesem unerbitterlichem Instinkt, der Formen schwekt, der modelliert und deformiert, entspringt das Geheimnis, welches das Werk mit einer Veilzahl an Botschaften ausstattet: einerseits flößt der religiöse Aspekt Sicherheit ein, andererseits steht die Zerrüttung der Ebenen als Folge von einer Situation des Verfalles.


FRANCO VERDI (Giovanni Francesco Silvano)

A Pietro Archis

Vivere in poesia, pietre come quadri, quadri come parole

Agosto 2000


Archis architrave pietra,

fai immaginare l'attimo in cui incontro Dio

fai amare la pittura che da fiducia

fai gurdagnare la fede.

Archis architrave pietra,

di materia di studio d'anima e di corpo glorioso

evochi modelli e stampi, rappresenti l'evocazione

colori sul colore, sottrai aggiungendo.

Archis architrave pietra,

poni così le tue tende dentro l'immagine

comprimi la realtà in quella che subiamo noi stessi

per il semplice fatto di stare al mondo.

Archis architrave pietra,

coscienza, pressatura, equilibrio di memorie

di leggi, procedi antiquato e sei nuovo di bucato,

dondoli nel linguaggio dondolante.

Archis architrave pietra,

non sacrifichi mai la parola ai temini

espungi il bla bla sgradevole

centellini il bla bla che si fa.

Archis architrave pietra,

ti giri, t'anfani, t'avvolpacchi, citi il citato

Interpoli l'intrepolato, del senno di poi ne sono piene

ripiene le fosse dici ai gracidatori.

Archis architrave pietra

le bestialità d'arte sono bestialità peggio di altre

contradictio in terminis, colori e forme

formi le forme con l'amore.

Archis architrave pietra,

vittime e carnefici riprendono fiato e vita

alle parole ironiche di Paolo.

dov'e', morte la tua volonta'? dov'è, morte il tuo pungiglione?

Archis architrave pietra,

riprendi i segni paolini contro la storia osservata

contro il pessimismo programmato contro la morale dominante ritrovi i segni della primavera nel cuore libero di un inverno corto.

Archis architarve pietra,

copri l'una sull'altra le lenzuola della vita,

dà i suoni ai significati e i significati ai suoni

dona una missione al disegno italiano scolorato.

Archis architrave pietra,

con Muse ed Apollo le tue lenzuola

coprono il corpus statuario di Bolzània

cercano un'anima ch àggreghi il fico d'inferno.

Archis architrave pietra,

hai il seno cui succhiare con vaste mammelle l'anatomico segnale, la fonte in quanto tale

i testi si riuniscono alle teste.

Archis architrave pietra,

I fogli incollati e strappati, piccoli fogli cadon come foglie

secche su altri fogli ingrommati che si decantano in giorni diseguali.


Emidio De Albentììs,


Estratto dal catalogo “Inventario di colori” della mostra del Patrimonio artistico della Provincia di Perugia alla Rocca Paolina realizzata nell’agosto 2001- (vedi dipinto “Il portone in basso a sinistra a pag... )


Nella proposta estetica del bellunese Pietro Archis (1951) è possibile riconoscere l’onda lunga della rivoluzione espressiva che ha preso le mosse dal clima informale per poi approdare a climi assai diversi: in questo suo lavoro del 1989, un complesso ed intrigante collage polimaterico su tela, si respira ancora, di quella lontana generazione, il gusto per un impostazione cromatica pervasa da toni cupi, carichi di intrinseca drammatica: ma l’opera vive però soprattutto della facoltà combinatoria data dal palinsesto formato dall’accostamento di disparati frammenti di linguaggi artistici nati in diversi momenti, quasi sempre recuperati da un passato che finisce sempre con l’incombere sul presente: è il caso dei fogli contenenti disegni infantili o da altri che si richiamano al disegno accademico o di altri ancora che sembrano presentare a progetti a cui l’artista non sa se darà corso o meno.

Un’atmosfera, sottilmente pop, dunque, vicina, pur nella sua autonomia, anche a certe esperienze della Scuola Romana degli anni ’80 (di Bruno Ceccobelli in particolare), ma nel tempo stesso esito di quella libertà formale che si avviò in Italia nel clima artisticamente fecondo del secondo dopoguerra.


Alessandro Antonini,

( Perugia 2002)


...Il bellunese Archis vanta più di tren’tanni di riconosciuta ed apprezzata attività pittorica: le sue opere a metà tra l’astrattismo metafisico e il concettuale, con la situazione in sede d’opera di simbologie idealtipiche quali ad esempio ”l’egodisco”, fanno si che la sua pittorica sorga e assurga a uno stile e un taglio tecnico-artistico tutti personali.

Originali. le frasi scritte in calce, al di sotto del disegno, sono il corollario verbale e discorsivo, mai verboso, sempre unico e singolare come l’opera, cioè poetico, della produzione visiva.

L’intimismo indecifrabile, non emretico ma ineffabile, è ben espresso nelle parole di Lillo Marciano: “…Archis non si è mai chiesto chi lo capisse e non lo capisse e questo atteggiamento lo rende per scelta n sopravvissuto della massificazione violenta”.



Massimo Duranti

Estratto del “Corriere dell'Umbria”.


Gli “Egodischi” sono un'invenzione simbolico-concettuale per catalizzare la rilevazione di una condizione umana, ma possono anche accompagnare e valorizzare oggetti inanimati.

Devono necessariamente essere attivati con una ritualità che sconfina nel magico e nell'esoterico.

Provocano così visioni deformate ma rivelatrici, avvolte in atmosfere dai colori psichedelici.

Ogni rappresentazione dell'Egodisco e delle sue realizzazioni va annotata in calce come un cartiglio.

E' quanto si evince, traslando in termini di lettura estetica, da una sorta di manifesto che Pietro Archis ha redatto recentemente in occasione di una sua mostra personale a Perugia, alla Ipso Art Gallery.

Le immagini degli “Egodischi” sono quelle figurative del suo tradizionale repertorio, ma più deformate, quasi diafane, fluttuanti in una dimensione sensoriale e immerse in una luce prevalente sulle tonalità del blù e del grigio.

Nudi femminili, volti di saggi e attori, metamorfosi raggelanti costituiscono l'intrigante repertorio dei protagonisti di questa stagione pittorica, ma rimane intatta la poliedricità espressiva di questo artista, che ha anche esposto carte con interventi monocromi a spray, collage a molti strati, che forniscono corrugate plasticità a composizioni architettoniche, ed anche polimaterici con inserti di pietra o di piccole sculture e, infine incastri e sovrapposizioni de tele intelaiate per trovare dimensioni inusuali dove la narrazione figurativa tradizionale diventa un complemento all'assemblaggio


Giorgio Sebastiano Brizio, Torino

Pietro Archis, ovvero: la donna angelicata nel suo bel vestito da diavolessa.


Da sempre i volti femminili dell'intensa pittura di Pietro Archis richiamano le figurazioni angelicate, fredde quasi, dei preraffaelliti, o di certa alta pittura gotica tedesca. L'ovale o il profilo ricordano altresì Leonardo, gli studi o le effeminate pitture di incompiuti efebi, travisati per bellezze celestiali muliebri, nel loro essere quieta effigie di rabbonite valchirie, di squisite cortigiane intente a madrigali con liuto, con il dire sonetti desunti direttamente dal Bardo albionico.

I visi di Pietro Archis attraggono subitamente per il loro disegnato magistrale, il loro sprizzare purezza e calma.

Poi l'occhio corre al comporsi astratti, a cesure, ed innesti ancora di altre materie, informi o vagamente astratte, che intrigano il campirsi della composizione nello spazio.

Spazio che è paesaggio della memoria, delle sensuali osservazioni sul corpo turgido di femmina, nella carnalità sensuosa di seni, pube, glutei opimi, sdati nudi con il magistero della sensualità accesa, focosa.

Paesaggi fatti di ventri diabolicamente tentanti, che invadono letterariamente l'opera in una sua lettura più complessa portandola su crinali ambigui forte, per il loro essere parte integrante del paesaggio, dei fondali misterici, gotici, facendone un tutt'uno con il volto angelicato.

Pittura alta, data per frammenti nello sdarsi del corpo femminile, in contemporaneo sabba alla Bosch , o al convivio bruegeliano ove le figure

Concrete, non i mostri onirici dei maestri fiamminghi,

svolgono il loro recitato letterario, il loro ancorarsi allo stregonesco , alle maghelle düreriane, al gotico fiorire di novelle che, come nei preraffaelliti, sfociano poi nella cupidigia mortifera.

E se le opere degli anni 70/80 ancora impaginavano autoritratti coccolati da una carezza , opponevano al centro di corpi femminili arrapati la biblica mela; oggi, le sue storie, il suo depistarti dalla emblematica scavità dei volti, si dipana per velature di figurazioni affollanti, come certi fumetti heavy metal, per affabulazioni iconiche di positure corporali, del loro comporsi con fasciature, dense di pittura trasparente, in un campire lo spazio come strutturato strumento salvifico più che dannata perversione cupulistica.

Le recenti opere dell'Archis indugiano più nel calibro sapiente di un magistero disegnativo alto, a presentare diavolesse chetate, a streghette appagate nel loro femmineo ancestrale potere emblematico.

Se prima l'uomo non figurava ma si intuiva guardone presente, oggi la fiaba nordica dell'Archis sembra alludere ad un ormai affermato celibato femminile, quieto e solare come il suo recente registro timbrico, lontano dall'imbrunirsi dell'ocra/bruciati di molti precedenti paesaggi, per testimoniare la raggiunta supremazia illibata e manageriale.

Sempre diavolessa, ma angelicata da un livido gessato da boss in carriera.



LILLO MARCIANO’ (Brescia)

Visibile - invisibile”


Pietro Archis vive una immagine della realtà che prende spunto non solo nel mondo dei corpi e delle forme visibili.

Fatto raro, non ha una idea speculativa della vita, con fatica ha accettato di vivere in un sistema che, per sua natura, restringe l'orizzonte del "reale" che tutti i giorni si pone davanti agli esseri umani civilizzati.

Ma Archis è un artista non civilizzato… e ha bisogno della totalità delle emozioni per sentirsi vivo.

E dipinge sopra(t)tutto.

E' nato con un pennello in mano e mentre aspettava di nascere, ha affrescato il ventre materno.

Il supporto sul quale materializza le sue visioni - scarica e scrive sotto dettature il suo (nostro) viaggio interiore - è un futuro di cose impaginate senza una scala di valori dettata da regole ma scelte per far parte di una storia che merita di essere raccontata.

La pittura ridimensiona i ridicoli ruoli delle piccole divinità, blocca il tempo e rilancia alla mente una corrente che trasporta lontano da un difetto perenne di limite.

"Ciò che è” ha di nuovo avuto il sopravvento sulle ambiguità delle anime demoniache della natura, mettendo in onda la lettura del possibile.

E' un percorso interiore, un flash, che ti porta lontano dalla conoscenza razionale ricavata dall'esperienza che abbiamo delle cose e degli eventi che troviamo nell'ambiente dove viviamo.

Una sensazione lunga e piacevole che non separa non discrimina e non ordina in categorie.

L' esistenza esterna - il vivere materiale - non ha nessun valore se non diventa un intelligente cammino verso lo spirito delle cose.

Archis consuma il suo tempo evitando i massacratori di anime che considerano l’ambiente naturale come se fosse costituito da entità staccate che devono essere per forza sfruttate da logiche di potere.

Da più di venticinque anni (record) i nostri incontri mi hanno lasciato nell'animo la convinzione che tutti questi frammenti inseriti nei suoi quadri…. in noi stessi, nella natura e nella società, non siano realmente entità separate e l'agire diversamente ci abbia estraniati dalla natura e dai nostri simili….con conseguenze ecologiche catastrofiche.

Le opere che mostra sono fonte di letture che scavano nei territori impalpabili, parlano di momenti estranei alla disumanizzazione in atto nei nostri tempi.

Nei suoi quadri emergono schiavi liberi sconosciuti che si mangiano ogni apparenza, prendendo possesso di una diversa dimensione che da il via alla metamorfosi che li porterà alla serenità di un pensiero che non separa più nulla.

Quello che si prova è la vastità delle idee, una volta che il pensiero viene sgessato dalla rigidità dei luoghi comuni.

Archis non si è mai chiesto chi lo capisse o non lo capisse e questo atteggiamento lo rende per scelta un sopravvissuto dalla massificazione violenta sempre più evidente a tutti.

Per lui fare arte è un comportamento come un altro, non si limita al contesto artistico, non è una mitologia, un fatto suggestivo.

Quando dipinge è come posseduto da un bisogno che si mette in relazione con ogni forma della natura.

Non sa spiegarsi cosa prova effettivamente, capisce solo che spesso inizia a dipingere e non smetterebbe mai…


"il fine delle parole è l'idea:

Afferrata l'idea metti da parte le parole"

(Chuang -Ttzu)



FRANCO VERDI

Giovanni Francesco Silvano Verdi di Belmont Piazza Renata Simoni, 37122-
Verona tel. e fax 045-591468 E mail verdi@tiscalinet.it

Franco Verdi, quando dipingere poesia?
4 gennaio 2002 St. Jacob bei Leives

di giorno e di notte mi scelgo un cordone ombelicale e /qualunque tempo ci sia mi/ci/in/filo/dentro/sono un concertista che/inserisce testi e poemi nel personaggio che/indosso mi risveglio qualunque tempo faccia faccio/concerto nel caffe/all'aperto schietto e delicato e così facendo identifico/la poesia dei suoni con la poesia dei colori.....sono un' antologia internazionale sono un poema murale sono un semantico e// sono strutturale// sono una tavola visuale sono un corpo di poesia//
mediterranean publishing company a Roma a New York nel 1951 nel 2000 nel 2002 a Laives con Archis e con gli amici miei/ e suoi/ dipingiamo poesia con Martinetti occhi 5 10 15 tutti gli occhi dei forti occhieggiare strizzare frasttttuono delle loro palpebre in batteria fììììschi strrrr sulla test 12 km di volo zang-tumb-tumb stendo grandi schermi bianchi e scrivo
L O V E ! !
con pennarelli svizzeri tendo elettrocardiogrammi in nero proietto pulsanzioni musicali non frenetico non ieratico FORANTE RIPETUTO ACCANITO IMPLACABILE DURO DURO (sempre con Marinetti lacerba 1925) Eugen Gomringer (spiral press, Bern) con i funambolismi teorici di Max Bill caposcuola del concretismo plastico ideando un linguaggio per passare ad un altro linguaggio non restando non impatanati nel monolinguismo dipingendo poesia ritorno ala fiore seme scissione rivelata origine individuata proietto dall'alto del campanile i miei sogni sui tavoli sul selciato sulla luna e sul Gandalf gatto (chi ha letto The Lord of Ring lo sa) tiro le somme salgo alla ribalta indago sui prati bisettili cavalcandocarica caracollo / carriera di giustizia senza/macchia e senza/paura


Renzo Francescotti

...... Uomo in gran parte introverso com’è (e come la sua pittura rivela appieno) Archis, contraddittoriamente, sorprendentemente è anche molto attivo come organizzatore di mostre e manifestazioni culturali. Oltrechè un artista, è un personaggio inquieto, periodicamente in viaggio col suo camper e il suo amatissimo cane. Una sorta di attrazione – disgusto per la vita (e forse anche per l’arte) lo tormenta. Lui stesso ha detto: “ Non è possibile avere fiducia in ciò che si desidera, perché sarebbe come acclamare ciò che ci disgusta”. La sua pittura, sempre sorretta da una notevole tecnica, ansiosa di grandi spazi che talvolta possono finalmente dilatarsi nella pittura murale, è un arte inquieta e inquietante. Ci puoi leggere Dürer, Cranach, Bruegel e la pittura nordica in generale; così come la lezione dell’espressionismo e del surrealismo. È una pittura “noir”, gotica, talvolta quasi priva di colore, impostata sul marrone o sui verdi acidi, sulle oscurità. E allo stesso tempo ci puoi cogliere un gusto “etrusco” e perfino certi richiami al monumentalismo dei Novecentisti. È un’operazione in cui i personaggi emergono in primo piano da un mondo oscuro, alla ricerca di accensioni di luce; emergono da n magma psicologico emotivo in un agglomerarsi e dipanarsi di immagini, talvolta alla soglia dell’angoscia e del delirio.
Una pittura di difficile decifrazione quella di Pietro Archis, perché in certi momenti si carica di oscuri simboli, in altri sembra liberarsi in una sensualità quasi panica. Forse il meglio di sé (nel senso del maggiormente risolto e cosciente) Pietro le offre in certe ampie tele come Vallata (1989) in cui la sua tormentata anima alpina, carica di oscurità e fosforescenza, trova la sua collocazione in un paesaggio che ha il magnetismo del mito.


.la sua pittura è un eterno vagabondaggio nella storia della memoria, nel territorio al confine del razionale e dell'irrazionale. Il trittico "strie de Nogaredo" protagoniste di uno dei più tristemente famosi processi alle streghe nel trentino, correlate, a drammatici frammenti simbolici, hanno corpi allungati, stirati in verticali dolorose come le sculture di Giacometti. Le cromie sono spente, livide, hanno riflessi acidi. Sono immagini-simbolo di una violenza del vivere che perennemente si rinnova.

Estratto dal testo di Renzo Francescotti del catalogo "Strie" metamorfosi dell'immaginario, marzo 2001.


Lillo Marciano

Sichtbar-Unsichtbar

Pietro Archis hat eine persönliche Vorstellung der Realität entwickelt,
die die Grenzen der materiellen, sichtbaren Bilderwelt deutlich überschreitet.
Seine Weltanschauung ist keinesfalls spekulativ.
Fast widerwillig lebt er in einem System, das von Natur aus dem zivilisierten Menschen
das Wesen der Wirklichkeit kaum enthüllt.
Doch Archis ist eben kein zivilisierter Künstler…er bedarf einer unendlichen Fülle von Emotionen,
um den Puls des Lebens in sich zu fühlen.
Das ist das Merkmal seiner Malerei, die ihm angeboren ist.
Seine Vorstellungen nehmen Gestalt in Bildergefügen an, deren Aufbau sich nicht nach irgendwelchen Werten oder Regeln richtet,
sondern vielmehr einen erzählerischen Aspekt aufweist.
Die Malerei schränkt die lächerlichen Rollen der Halbgötter ein, hebt die Zeit auf, beflügelt Gedanken, sprengt den Rahmen unserer Begrenztheit.
"Das Sein" gewinnt wieder die Oberhand über die Zweideutigkeit der dämonischen Naturgeister und hinterlässt lesbare Zeichen einer "möglichen" Welt.
Es ist dies ein Innenweg, eine Einleuchtung, die weit entfernt ist von der rationalen Erkenntnis der Realität, wie sie wir üblicherweise vom "Erlebten" ableiten.
Ein andauerndes, angenehmes Gefühl, das nicht trennt oder diskriminiert, und das nicht in Klassen einordnet.
Die äusserliche Existenz - das materielle Leben -
bleibt wertlos, wenn sie nicht auch dazu dient,
das Wesen der Dinge zu begreifen.
Archis gehört nicht zu jenen Zerstörern des Geistes,
die unsere Umwelt als eine Summe von Einzelwesen verstehen, auf die man zwangsläufig irgendeine Macht ausüben muss.
Seit über zwanzig Jahren haben unsere Gedankenaustausche in mir die Überzeugung gestärkt, dass all die in seinen Bildern…
in uns, in der Natur und in der Gesellschaft eingefügten Fragmente, in Wirklichkeit keine alleinstehende Entitäten darstellen.
Wir haben es zu spät erkannt , so dass die Kluft zwischen uns, unseren Mitmenschen und der Natur immer grösser geworden ist.
Archis' Werke erzählen von Geistesabenteuern in unfassbaren Gefilden, in einer Dimension, die Lichtjahre von der fortschreitenden
Entmenschlichung unserer Zeit entfernt liegt.
In seinen Gemälden tauchen unbekannte, freie Sklaven hervor, die jeglichen Anschein zunichte machen, indem sie Besitz von einer neuen Dimension ergreifen und somit zur lezten, nichts mehr trennende Erkenntnis gelangen.
Was man dabei fühlt ist wie eine Befreiung des Geistes von den Fesseln der Gemeinplätze.
Archis war nie von Bedeutung ob man ihn verstehe oder nicht und gerade diese konsequente Einstellung hat ihn vor der gewaltsamen Gleichschaltung der Massengesellschaft verschont.
Das Kunstschaffen ist ihm genauso wichtig wie jede andere menschliche Tätigkeit , geht deshalb weit über die Grenzen des bloss "Künstlerischen" hinaus, ist weder Mythologie, noch was Subjektives.
Beim Malen verspürt Archis den Drang,
mit jeder Naturform in Einklang zu stehen.
Er kann nicht genau erklären, welche Gefühle ihn dabei beseelen, er weiss nur, dass er oft zu malen beginnt und nie aufhören würde…

…"Zweck der Worte ist die Idee:
hast du die Idee begriffen, lass die Worte sein." (Chuang - Tsu)

Brescia 1999


Lillo Marciano

Visibile - invisibile

Pietro Archis vive una immagine della realtà
che prende spunto non solo nel mondo dei corpi e delle forme visibili.
Fatto raro, non ha una idea speculativa della vita, con fatica ha accettato di vivere in un sistema che, per sua natura, restringe l'orizzonte del "reale" che tutti i giorni si pone davanti agli esseri umani civilizzati.
Ma Archis è un artista non civilizzato… e ha bisogno della totalità delle emozioni per sentisi vivo.
E dipinge sopra(t)tutto.
E' nato con un pennello in mano e mentre aspettava di nascere, ha affrescato il ventre materno.
Il supporto sul quale materializza le sue visioni
- scarica e scrive sotto dettature il suo (nostro) viaggio interiore - è un futuro di cose impaginate senza una scala di valori dettata da regole ma scelte per far parte di una storia che merita di essere raccontata.
La pittura ridimensiona i ridicoli ruoli delle piccole divinità, blocca il tempo e rilancia alla mente una corrente che trasporta lontano da un difetto perenne di limite.
"Ciò che è" ha di nuovo avuto il sopravvento
sulle ambiguità delle anime demoniache della natura, mettendo in onda la lettura del possibile.
E' un percorso interiore, un flash, che ti porta lontano dalla conoscenza razionale ricavata dall'esperienza che abbiamo delle cose e degli eventi che troviamo nell'ambiente dove viviamo.
Una sensazione lunga e piacevole che non separa non discrimina e non ordina in categorie.
L' esistenza esterna - il vivere materiale - non ha nessun valore se non diventa un intelligente cammino verso lo spirito delle cose.
Archis consuma il suo tempo evitando i massacratori di anime che considerano l'ambiente naturale come se fosse costituito da entità staccate che devono essere per forza sfruttate da logiche di potere.
Da più di vent'anni (record) i nostri incontri mi hanno lasciato nell'animo la convinzione che tutti questi frammenti inseriti nei suoi quadri….
in noi stessi, nella natura e nella società, non siano realmente entità separate e l'agire diversamente ci abbia estraniati dalla natura
e dai nostri simili….con conseguenze ecologiche catastrofiche.
Le opere che mostra sono fonte di letture che scavano nei territori impalpabili, parlano di momenti estranei alla disumanizzazione in atto nei nostri tempi.
Nei suoi quadri emergono schiavi liberi sconosciuti che si mangiano ogni apparenza, prendendo possesso di una diversa dimensione che da il via alla metamorfosi che li porterà alla serenità di un pensiero che non separa più nulla.
Quello che si prova è la vastità delle ideee, una volta che il pensiero viene sgessato dalla rigidità dei luoghi comuni.
Archis non si è mai chiesto chi lo capisse o non lo capisse e questo atteggiamento lo rende per scelta un sopravvissuto dalla massificazione violenta sempre più evidente a tutti.
Per lui fare arte è un comportamento come un altro, non si limita al contesto artistico, non è una mitologia, un fatto suggestivo.
Quando dipinge è come posseduto da un bisogno che si mette in relazione con ogni forma della natura.
Non sa spiegarsi cosa prova effettivamente, capisce solo che spesso inizia a dipingere e non smetterebbe mai…

…"il fine delle parole è l'idea:
afferrata l'idea metti da parte le parole" (Chuang -Ttzu)

Brescia 1999


Giancarlo Mariani

nell’era tecnologica che ormai ci sommerge sopravvivono ancora pittori che son figli d’un mondo naturale – lontano da contaminazioni – capaci di coinvolgerci nella ricerca delle nostre origini e di ciò che ci è necessario: il bruno del pane e l’incarnato della donna e le montagne e gli alberi e noi stessi – se pure ci vogliamo riconoscere – e ritrovare – nei quadri. nei quadri di pietro archis.

Giorgio Sebastiano Brizio (Torino 1999)

Pietro Archis, ovvero: la donna angelicata nel suo bel vestito da diavolessa.

Da sempre i volti femminili dell'intensa pittura di Pietro Archis richiamano le figurazioni angelicate, fredde quasi, dei preraffaelliti, o di certa alta pittura gotica tedesca.
L'ovale o il profilo ricordano altresì Leonardo, gli studi o le effeminate pitture di incompiuti efebi, travisati per bellezze celestiali muliebri, nel loro essere quieta effigie di rabbonite valchirie, di squisite cortigiane intente a madrigali con liuto, con il dire sonetti desunti direttamente dal Bardo albionico.
I visi di Pietro Archis attraggono subitamente per il loro disegnato magistrale, il loro sprizzare purezza e calma.
Poi l'occhio corre al comporsi astratti, a cesure, ed innesti ancora di altre materie, informi o vagamente astratte, che intrigano il campirsi della composizione nello spazio. Spazio che è paesaggio della memoria, delle sensuali osservazioni sul corpo turgido di femmina, nella carnalità sensuosa di seni, pube, glutei opimi, sdati nudi con il magistero della sensualità accesa, focosa.
Paesaggi fatti di ventri diabolicamente tentanti, che invadono letterariamente l'opera in una sua lettura più complessa portandola su crinali ambigui forte, per il loro essere parte integrante del paesaggio, dei fondali misterici, gotici, facendone un tutt'uno con il volto angelicato.
Pittura alta, data per frammenti nello sdarsi del corpo femminile, in contemporaneo sabba alla Bosch , o al convivio bruegeliano ove le figure concrete, non i mostri onirici dei maestri fiamminghi, svolgono il loro recitato letterario, il loro ancorarsi allo stregonesco , alle maghelle düreriane, al gotico fiorire di novelle che, come nei preraffaelliti, sfociano poi nella cupidigia mortifera. E se le opere degli anni 70/80 ancora impaginavano autoritratti coccolati da una carezza , opponevano al centro di corpi femminili arrapati la biblica mela; oggi, le sue storie, il suo depistarti dalla emblematica scavità dei volti, si dipana per velature di figurazioni affollanti, come certi fumetti heavy metal, per affabulazioni iconiche di positure corporali, del loro comporsi con fasciature, dense di pittura trasparente, in un campire lo spazio come strutturato strumento salvifico più che dannata perversione cupulistica.
Le recenti opere dell'Archis indugiano più nel calibro sapiente di un magistero disegnativo alto, a presentare diavolesse chetate, a streghette appagate nel loro femmineo ancestrale potere emblematico.
Se prima l'uomo non figurava ma si intuiva guardone presente, oggi la fiaba nordica dell'Archis sembra alludere ad un ormai affermato celibato femminile, quieto e solare come il suo recente registro timbrico, lontano dall'imbrunirsi dell'ocra/bruciati di molti precedenti paesaggi, per testimoniare la raggiunta supremazia illibata e manageriale. Sempre diavolessa, ma angelicata da un livido gessato da boss in carriera.


Renzo Francescotti (Trento 1996)

Nato a Tisoi di Belluno questo artista quarantacinquenne si è diplomato all’istituto d’Arte di Ortisei in Val Gardena (come Winkler, Murer, Conta, Adolf Vallazza ed altri eccezionali artisti dell’Arco Alpino) e poi al Magistero di Porta Romana a Firenze. Svolgendo attività di pittore, scultore e grafico si è stabilito a San Giacomo di Laives, non lontano da Bolzano, città dove ha un suo studio in piazza Gries. Uomo in gran parte introverso com’è (e come la sua pittura rivela appieno) Archis, contraddittoriamente, sorprendentemente è anche molto attivo come organizzatore di mostre e manifestazioni culturali. Oltrechè un artista, è un personaggio inquieto, periodicamente in viaggio col suo camper e il suo amatissimo cane. Una sorta di attrazione – disgusto per la vita (e forse anche per l’arte) lo tormenta. Lui stesso ha detto: “ Non è possibile avere fiducia in ciò che si desidera, perché sarebbe come acclamare ciò che ci disgusta”. La sua pittura, sempre sorretta da una notevole tecnica, ansiosa di grandi spazi che talvolta possono finalmente dilatarsi nella pittura murale, è un arte inquieta e inquietante. Ci puoi leggere Dürer, Cranach, Bruegel e la pittura nordica in generale; così come la lezione dell’espressionismo e del surrealismo. È una pittura “noir”, gotica, talvolta quasi priva di colore, impostata sul marrone o sui verdi acidi, sulle oscurità. E allo stesso tempo ci puoi cogliere un gusto “etrusco” e perfino certi richiami al monumentalismo dei Novecentisti. È un’operazione in cui i personaggi emergono in primo piano da un mondo oscuro, alla ricerca di accensioni di luce; emergono da n magma psicologico emotivo in un agglomerarsi e dipanarsi di immagini, talvolta alla soglia dell’angoscia e del delirio.
Una pittura di difficile decifrazione quella di Pietro Archis, perché in certi momenti si carica di oscuri simboli, in altri sembra liberarsi in una sensualità quasi panica. Forse il meglio di sé (nel senso del maggiormente risolto e cosciente) Pietro le offre in certe ampie tele come Vallata (1989) in cui la sua tormentata anima alpina, carica di oscurità e fosforescenza, trova la sua collocazione in un paesaggio che ha il magnetismo del mito.

Enzo Di Grazia "Lavori su committenza" (Pordenone 1993)

Il lavoro su committenza - che tanta parte ha avuto nella storia dell'arte - poneva inevitabilmente l'artista nella necessità di adeguare la propria personalità culturale alle intenzioni del committente e, nel caso di opere destinate a spazi pubblici, all'ambiente cui erano destinate e alla funzione sociale che, in qualche modo, si trovavano a svolgere.
Nel corso del XX secolo, questi legami vincolanti si sono andati progressivamente allentando fino al totale ribaltamento.
Affermatasi sempre più convintamente l'autonomia dell'artista e la sua libertà creativa, si è assistito mano a mano alla marginalizzazione della committenza a favore di un mecenatismo che si interessava all'opera già compiuta: addirittura, nella ritrattistica - ultimo caposaldo della canonica convinzione - la libera interpretazione è principio categorico; e, per le opere pubbliche, può succedere che lo spazio sia allestito e predisposto all'opera da installare.
E' chiaro, però, che - anche nelle condizione di massima libertà - difficilmente l'artista riesce a sottrarsi ad un rapporto di relazione con la realtà del territorio e con i potenziali fruitori dell'opera, in qualche modo restandone condizionato nell'elaborazione.
Nelle tele per il teatrino di pineta di Laives, Pietro Archis, posto di fronte alla necessità di armonizzare il suo personale linguaggio pittorico con le sollecitazioni che venivano dalla particolare destinazione, ha realizzato un'opera che si propone come sintesi di acuta intelligenza delle diverse risposte richieste da istanze varie, che vanno dalla tradizione del genere all'altra - ampiamente diffusa nel territorio - del murale come elemento complementare dell'architettura; dalla necessità di ricorrere a simboli ed allegorie a quella di rivisitare un genere pittorico di antica tradizione, e di riproporlo in termini di personale grafia.
La pareti bianche - finanche troppo vuote - di un teatrino raccolto ma elegante fino alla raffinatezza, dotato delle attrezzature più attuali ma al tempo stesso di sapore antico nella scelta dell'arredamento, non potevano essere che "occupate" con due composizioni di ampio respiro che avessero una chiara attinenza con la funzione istituzionale dello spazio, senza prevaricare ma la tempo stesso senza esserne travolte.
Di qui, la scelta di rappresentare, da una parte, le nove Muse; e, di fronte, le maschere del teatro nella loro classica definizione. Necessariamente, il taglio delle singole opere è
diverso, in relazione alla natura del soggetto: più ariosa, quasi informa di balletto, la composizione per le Muse, dove le singole figure devono necessariamente muoversi in delicata organizzazione circolare per rappresentare l'interdisciplinarietà delle espressioni culturali; più grave, statica e ieratica invece la composizione delle maschere che alludono ad un "tempo fuori dal tempo" che è quello della funzione scenica.
Anche nella diversità di impostazione, però, le due opere non cessano di dialogare, rimandando dall'una all'altra, quasi elementi complementari di un dittico giocato sulla giustapposizione dei contrasti.
Analogamente, la resa formale si carica dei simboli del genere e coglie le Muse - giovani donne di primaverile freschezza - con la leggerezza del segno e l'eleganza dei colori pastellati; mentre staglia le maschere con segno netto e profondo con colori intensi e ricchi di sfumature.
A costruire il fondo su cui le figure si muovono, i "generi" di Archis, i paesaggi velati, quasi autunnali e le rovine del passato, opportunamente selezionati per rendere, nel balletto delle Muse, un'atmosfera più dolce, rarefatta, da elegia; e per caricarsi invece nell'opera con le maschere, della gravità del tempo.


Pierina Rizzardi, (Bolzano,gennaio 1993)

Le sue tele hanno suggestioni di toni dolcemente smorzati. Da una profonda matrice terrestre, tratti a segni morbidi di colori oliva, corpi, pensieri e sogni emergono, si gonfiano in forme turgide, s’affievoliscono e rientrano con ritmo lento nell’ombra; figure femminili non aggressive, ma indifferenti, consapevoli della propria distanza, comprese nella logica del proprio universo crepuscolare, guardano oltre l’osservatore.
Non si cerchi dunque nella poetica di Pietro Archis luce mediterranea che rilevi armonia e proporzione, né ancora, nella cadenza nordica, leggerezza di favola, in cui la notte non fa più para, né violenza di gesto nello spessore espressionista…


Antonio Carlo Ponti - Perugia


La pittura di Archis, gotica e notturna, intrìga e atterrisce me che sono, se non mediterraneo e solare, più "umbro" che "etrusco", più "mistico che "eretico", più "francescano" che "domenicano".

Devo riconoscere però che il repertorio fantastico di questo quarentenne artista bellunese - bolzanino, che appare e scompare per l'Italia, in camper spesso in compagnia solo del suo cane molto umano, è sì un mondo nel quale una sorta di curiosità archivistica esplora arcani cabrei fatti di tessiture cromatiche e di visceri, di scansie e plutei grondanti "martelli delle streghe e dei malefìci", nel quale il pittore si fa via via notomizzatore e descrittore; è pure l'atlante o la mappa dove si purificano ossessioni, pulsioni, eros impraticabile e istinto di morte.

Mi coinvolge di Archis, mi piace dirlo, l'artigianalità manuale, il gusto sacrale per la materia, per i legni morti e spaccati, sfregiati e "viziati"ma pur sempre vegetali, da colorire intridendone le fibre e le sotterranee geografie in orditure e ragnatele di scritture indecifrate e indecifrabili, iniziatiche, irte di formule e di testi "segreti" che non appesantiscono le tavole e le mensole, se mai istoriano le superfici scabre e oscure, il "Nigredo", di linguaggi bui e misterici, dove corpi dell'eterno "femminino" faustiano si distendono gravidi di passioni, di amori, di memorie, di messaggi.

La pittura nordica, montanara e aspra di Archis, a me centroitaliano della "mistica", della "verde", della "guerriera" (e altri stereotipi potrei elencare) Umbria, piace proprio perché è un territorio "altro" con il quale, non so se in certi sogni verdastri, senza dubbio nel codice storico di un'eterna dimenticanza, la mia biografia inconsapevole deve pur fare talvolta i conti.


Giuseppe Maradei - Perugia,



L'artista di Bolzano Pietro Archis, dopo varie esperienze in Umbria, ha presentato le sue opere alla Rocca Paolina.

La sua pittura riesce ad affascinare e comunicare nonostante sia estremamente simbolica e densa di luoghi e messaggi culturali enigmatici e non sempre di agevole codificazione. Il riferimento accademico è pressoché assente e le opere testimoniano più che altro il logorio denso d'appunti e folgorazioni fantastiche al punto di collocarsi come universo allucinato e sgomento dove la poesia si mostra svisata e priva di compiacimenti idilliaci. Il mondo di Archis,

A volte, è turbato dal tuono dell'incubo e dal paradosso che si frappone all'ideale ed al segno creando frantumazioni e figure che conservano dell'armonia serena solo l'evocazione che riporti alla luce i valori sommersi dalla realtà del disinganno e del disincanto. Proprio questa caratteristica conferisce alle opere di archis l'incanto tutto represso nel mistero e nel mito, nelle leggende intrise di alchemiche sollecitazioni interne e da sincere pulsazioni di solidarietà con la natura e le sue creature intimamente legate fra loro anche nella forma oltre che nella espressività.



Ester Martinelli – Rovereto


(…) Che Pietro Archis provenga dalla scultura, lo si capisce chiaramente di fronte ai suoi quadri composti e strutturalmente perfetti in cui la narrazione si esprime principalmente attraverso un susseguirsi di figure e procede con coerenza, logica e lucidità espressiva creando un mondo di miti e di eroi del passato e del presente che lottano contro pregiudizi atavici e prepotentemente cercano di esprimere una loro identità esistenziale.

Siamo di fronte ad una grossa personalità artistica che si avvale di forti tonalità narrative e di motivi di grande significato in cui la narrazione surreale e fantastica delle aspirazioni e della storia dell'uomo si esprimono attraverso la presenza incontrastata di un io che si evolve nelle molteplici sequenze di una creatività paradossale ma pur sempre rispondente alle tematiche di un discorso articolato ed intenso che si svolge nell'intimo dell'uomo coinvolgendo le sue più intime ramificazioni spirituali.

Il messaggio che ne consegue è quindi il frutto di una pluralità corale di motivi in cui l'umanità, globalmente intesa, appare in tutta la sua grandezza ed il suo effimero, in cui la storia assume significati diversi ed eterogenei, ed in cui anche il modo dell'uomo si inserisce coi suoi limiti, ma anche con le sue indubbie possibilità creative ed emozionali.

Pur apparendo una pittura fredda e colta, rivolta soprattutto ai canoni della tradizione anglosassone, in Archis troviamo la rielaborazione tutta personale, ma anche tradizionale d'origine in cui leggenda e verità, allegria e dramma, luci ed ombre di una civiltà, libertà e pudore si fondono per dar vita alla complessità di situazioni esistenziali che fanno da corollario alla trattazione.

In Archis c'è un'ipotetica caccia alle streghe, mentre l'economia del discorso si fonde in soluzioni di lucidità e di logica: il contrasto rappresenta la fonte principale di tutta la sua ispirazione poetica.


Taliano Manfrini - Rovereto


A trentaquattro anni si è nel mezzo del cammin di nostra vita e ci si è arricchiti come Pietro Archis presente alla Delfino di Rovereto con una serie di recenti e meno recenti opere, di quel tanto di cultura e di capacità riflessiva autonoma da proiettare la propria sensibilità nel mondo dell’inconscio dando forma pittorica alle immagini che spaziano e si affollano al di là del paravento del contingente, del dato sensibile.

E da questo processo nascono, come in un sogno ossessivo, figure allucinanti talvolta allusive, talvolta solo richiami simbolici. Si potrebbe andare a cercare queste sequenze in certi momenti di esasperazione religiosa culturale disseminati lungo il medioevo e in particolare durante il quindicesimo secolo con “La danza macabra” o

Danza dei morti” che ha ispirato pittori e verseggiatori e di cui rimangono testimonianza anche degli affreschi nelle nostre chiese altoatesine soltanto che Archis si discosta dal discorso puramente rappresentativo in tal senso, per riproporre il clima e la forma in un diapason universale toccando tematich

diverse e divergenti soltanto nella costruzione, che e per l’uso

discreto del colore affidato a toni contenuti per mettere in risalto, come nei bassorilievi, aspetti emergenti, e per sintassi discorsiva, sfiora il richiamo bizantineggiante da un lato e dall’altro distinguibili rievocazioni dantesche e, guarda caso, anche motivazioni architettoniche medioevali.


Mimmo Coletti

Il medioevo rivissuto del mitteleuropeo Pietro Archis - Perugia

L’incontro con la pittura del bellunese Pietro Archis presente in questi giorni con una personale alla Ipxo Arts Gallery di Via Bonazzi. riserva sorprese e scoperte di variegato spessore. Non è artista di semplice e spontanea decifrazione ma autore in cui si annodano echi di cultura mitteleuropea per raggiungere una trasognata visione di un Medioevo restituito all’osservatore secondo cadenze nordiche, di un goticismo formale ed intellettuale capace di trasformare il personaggio in un’apparizione la compostezza di n essere nel baluginare di un fantasma.

È un mondo composito, ricchissimo di emozioni interiori portate in superficie attraverso un atto poetico convinto fino alle estreme conseguenze: il quadro diviene il recinto dove Pietro Archis riversa la conoscenza e quella

Parte di sensazioni che galleggia a metà tra coscienza ed immaginazione ne fuoriesce un mosaico di grida e sussurri dove il particolare assume il ruolo di una citazione mnemonica e talora spirituale e la visione si indirizza immediatamente verso una regione dell’animo non frequentata da voci o da intrusioni disturbanti.

A ciò concorrono le tonalità spente delle cromie, il taglio dell’immagine, la pluralità degli elementi anche l’uso di materiale estratto dal gran libro del contingente. La figura muliebre, la fissità cerea dei volti, i tagli impietosi di luce, i richiami di un paesaggio sognato, le memorie di un Petrus Christus o Nikolaus Deutch emergono e si impongono.


Luigi Danelutti,

Mentre il sole cala oltre le dolomiti…” (Trento 1981)


Pietro Archis nella sua tormentosa figurazione di esseri umani sembra privilegiare l’interpretazione psicoanalitica ponendo ai suoi personaggi una serie di problemi a livello di inconscio.

C’è chi, in pittura, è portato a fare una analisi comparata dei personaggi, della propria arte, e, quasi, della loro seconda vita sulla tela, per studiare il modo in cui la tecnica altera e trasforma, in definitiva, l’originario motivo ispiratore.

Figure pittoriche che subiscono una sorta di duplicazione drammatica e allucinante: appena racchiuse nel circoscritto spazio narrativo della tela infatti – spazio fluido e schiudo ad una trama pregna di interrogativi – è come se queste figure si ribellassero al loro creatore, offendendo se stesse.

L’identità si contraddice in una situazione mimetico – realista ed il personaggio è quanto mai l’ ”essere” nel quale convergono vizi e virtù.

Quale dilemma psicologico, quale dubbio morale si cela in quelle, in queste carni martoriate dall’angoscia, dietro questi volti – maschera? Ma togliendo queste maschere, siamo certi che tutto ci sarà poi chiaro?

Pietro Archis, nella sua tormentata figurazione di esseri umani, sembra privilegi l’interpretazione psicanalitica, ponendo ai suoi personaggi tutta una serie di problemi a livello di inconscio, personaggi questi, legati tra loro da qualcosa di irrazionale, e quasi da un’oscura “poetica dell’immaginario”.

Un non – colore mediato e “graffiato” (il nero della reazione?), l’incubo del buio, l’irritare gli amalgami di colore sulla tela come si trattasse di una matrice di zinco avvezza a dolersi del bulino: ecco il mistero dilatarsi.

Il mistero di Pietro Archis è anche il mistero di molti di noi: l’artista genera, si nutre e ci offre le sue creature – mostro in cupi racconti che vanno in certa misura al di là di una sua eventuale intenzionalità pedagogica.

Forse, Archis, ha scoperto prima di noi che il nostro tempo è il secolo delle insanie e dei lumi e, nelle sue tele, ipotizza un inferno pittorico nel quale si addentra senza ipocrisie né scandali, con una brama di annientamento.

L’artista stesso, con quella giustizia che è la virtù alta e intima dei pittori, osserva come “Molte cose a vista d’occhio sfuggono, possiedono la costanza di apparire interessanti nella loro brutalità.

Questo è quanto accade in particolar modo a tutte quelle cose che si trovano sul filo del non – senso, cioè nel riquadro oscuro dell’uomo, che in fondo altro non è che la continuazione logica del suo lato più naturale”.

Un dibattito dunque inerente al tema dell’impossibilità di definire e stabilire l’identità dell’uomo: shakespearianamente si potrebbe ripetere: “quando noi siamo noi stessi, che strana cosa che siamo!”.

Ansie, memorie….uomini e mostri nutriti da visioni oniriche….Mentre il sole cala oltre le Dolomiti, ogni pensiero che si affacci alla mente di questi personaggi è pur sempre una pura prefigurazione del presente: su di loro incombono gli stessi rischi e le stesse tragedie del passato.



Paolo Cattani, (Bolzano. 2.11.1981)


Il subconscio tormento di Petro Archis affiora nei suoi dipinti con prepotenza; i grovigli di figure accostate le une alle altrema, contemporaneamente avulse le une dalle altre, stanno a dimostrare la voglia di inserirsi nella realtà contemporanea, ferma restando l'esigenza di un suo spazio vitale.

La sua pittura è ragionata, sia contenutisticamente, sia tecnicamente e l'assenza totale da lui voluta, nella maggioranza delle sue opere, di uno sfondo, blocca le sue figure che divengono l'espressione di una realtà statica, vista con occhio pessimistico.

Il suo è un modo triste di chi non sa farsi illusioni, di chi non osa immaginare spazi infiniti, oltre la realtà visibile.

Solo assai di rado, Archis si abbandona a momenti pittorici istintivi, lasciando libero sfogo ai suoi sentimenti; allora i colori divengono più chiari, le figure meno arcigne, compare sulle sue opere lo sfondo in abbozzo di paesaggio pur aspro, ma che fa intravedere l'anelito da parte dell'autore verso dei valori che trascendono la vicenda umana.

Giovane, dotato di una grande capacità grafica, poco coloristica, descrittore di un mondo arcano, è senz'altro da indicare come un talento sulla scena artistica italiana.


Carlo Munari,  (Milan, 1981)

Il serait vain, dans l’eouvre de Pietro Archis, de chercher des rèfèrences ou des voies d’accès dans les courants linguistiques contemporaints. Les
Origines de cette eouvre se perdent dans la nuit des temps et se nourissent de lymphes dèsuètes originaires de règions d’Europe centrale et nordique.
Par des relatons souterrains analogiques , les figures que l’artiste èvoque s’apparentent à celles exprimèes par Hans Baldung Grien ou Nikolaus Deutsch , dans une èpoque ultèrieure par Paul Hermann , et vibrent d’une tension visionnaire que traverse tout un mouvement artistique , du gothique à Kubin .
Je parle de relatons analogiques du fait que Archi fait partie de cet univers par une pulsion instinctuelle ou, pour mieux dire , par une vocation inextinguible . Voir done dans son oeuvre une opèration de rècupèration avec tout le dèlibèrè que comporte la rècupèration –signifierait falsifier la signification –mème de l’ oeuvre , laquelle ne peut en aucune manière ètre comprimèe dans les ètroites limites d’un « revival » , mème intelligent et savant , mais considèrèe bien pour ce qu’obyectivement elle est : libre affirmation d’une fantaisie exclusive à l’artiste.
Archis , donc , est la projection ponctuelle de la culture soi-disant mixte , de la « culture de frontière « puisque , tout en n’ignorant pas les apports de la tradition mèditerranèenne, par le hasard de la naissance , il est par ses dispositions intèrieuers surtout rèsolument tournè vers les formes d’expression de l’ Europe septentrionale , les plus approprièes du reste ,à exprimer des contenus tellement inquiètants que ceux-ci planent sans cesse sur le bord de l’ènigme .
Juxtaposès l’un à l’autre , les tableux de Archis composent un long passage en revue d’un Moyen –Age imaginaire, caractèrisè plus par l’èmotivitè de la lègenda que par les notions historiques , plus par la pulsion des profondeurs du psychisme que par les donèes acquises par l’intellect.
II en dècoule qu’ un tel passage en revue prend les traits d’une vaste et compliquèe saga qui des fonds obscurs du temps èvoque toute une population de fantasmes dans chacun desquels s’incarne un contenu symbolique de telle sorte que le « rècit » aux cadences logiques cède la place à la « rèvèlation » affleurant d’une trane inèpuisèe d’allusions mètaphoriques .
Ces personagges « n’ayant jamais vu le jour » , ces personnages , perpètuellement prisioniers des tènèbres , se dètachent d’un espace fluide – qui dans une certaine mesure renvoie à un ècran onirique : fonds ressemblant à des apparitions , semblent tantot se rèintègrer à cet espace , tantot en surgir dans une èvidence plastique , selon la fonction dont ils sont investis dans le contexte reprèsentè par l’artiste .
Iis les protagonistes d’un monde infernal dans lequel s’effectue une mètamorphose continue , au point de donner à tout moment l’impression d’une recherche dèsespèrèe, agoissante , d’une identitè perdue , laquelle cotitue justement le signe distinetif de la vie intèrieure caratèristique de l’homme d’ Europe centrale .
Toute certitude prèsumèe est ainst troublèe par la manifestation d’une folie profonde et tout de suite remplacèe par la disponibilitè incessante qui favorise le triomphe de l’hybridisme .
La chastetè sans dèfense d’un nu fèminin par exemple , se tord dans une convulsion dèmoniaque ; lìattitude hièratique d’un puissant se dègrade en la pose sarcastique d’un satrape obtus et cruel : le bonheur d’un couple d’amants se trouve d’un coup ravalè dans les abimes d’un èros pervers .
Autor de ces protagonistes se rèpand la foule des personnages secondaires et des figurants . Ce sont les monstres d’une mythologie nordique rassemblès par l’artiste dans leurs particularitès grotesques et difformes, symbolisant un vice , une perversitè , un pèchè , tandis qu’ils appretent à exècuter un rite èsotèrique : la souveraine qui tient dans ses bras son nain favori , des femmes à barbe et des infanticides pretes au meurtre ,sorcières et possèdèes , avortons à peine sortis de l’èprouvette , les tetes à peine coupèes mais encore vivantes d’un homme et d’une femme gisant sur un plateau et tribades peuplant de somptueux gynècèes .
A ces motifs iconographiques – qui , je le rèpète , sont d’autant plus inquiètants qu’ils sont impalpables et meme fuyats - Archis attribue une devise prècise et exactement approprièe – libre de toute complaisance et dans l’observance exacte , au contraire , de la pression de sa propre crèativitè- auxquels le choix de la gouache , dont les tonalitès sombres voulues sont destinèes à accentuer la puissance èvocatrice de l’image , garantit une rèalitè intègral .
En conclusion , on constate que dans la composition des expèriences actuelles , Archis garde une position solitaire mais absolument lègitime plus lègitime meme que tant de pseudo –artistes d’avantgarde.
Archis montre que la fidèlitè à lui – meme ,à ses propres origines , est le prèmisse d’une peinture que le formalisme ne rende pas stèrile mais qui soit capable de transmettre un message d’une portèe certaine .
De ces images , ce message vient à nous et retient notre attention : il rayonne autour des trames occultes du psychisme , induit à se rappeler que les monstres ne sont autre que les symboles de pulsion rèprimèes dans les sphères secrètes du moi .
Par la facultè de distanciation dont il est dotè , l’artiste nous conduit au coeur d’un monde imprèvu où domine le paradoxe : quand le paradoxe , comme l’ècrit jung , appartient aux biens spirituels les plus prècieux , du fait qu ‘il est capable d’embrasser la plènitude de la vie , pendant que ce qui est univoque , qui n’a pas de contradictions , est unilatèral et donc inapte à exprimer lì inconcevable.



Carlo Munari, (Meiland, oktober, 1981)

In den Werken Pietro Archis Beziehungen oder den Zugang zu AusDrucksformen der Gegenwart, wäre zwecklos. Der Ursprung seinerWerke verliert sich in der Vergangenheit und zehrt von ungewöhnlichenLymphen aus mitteleuropäischen und nordischen Gefilden. Durch unter-Gründige analoge Beziehungen sind die vom Künstler Heraufbeschworenen gastalten mit jenen verwandt, die uns Hans Baldung Grien oder Nikolaus Deutsch und später Paul Herman zeigen; sie sind von einer visionären Spannung getragen, die eine ganze künstlerische Entwicklung, und zwar von der Gotik bis Kubin , durchläuft.
Ich spreche von analogen Beziehungen, weil Archis an dieser Welt ausEinem inneren Drang, oder besser gesagt, aus einer ununterdrückbaren Berufung heraus teilnimmt. Wollte man das Schaffen des Küntlers als eineBergungsaktion sehen- mit allem was damit an Absicht dahinterstekt-so Käme dies einer Fälschung des wahren Sinnes des Werkes gleich , das Keineswegs in die engen Grenzen eines , wenn auch scharfsinnigen und Gekonnten –Revivals- gezwängt werden kann ,sondern als das anzusehen ist, was es objektiv ist:freie Darlegung einer dem Küunstler eigenen Einzigartigen Phantasie.
Pietro Archis ist das klare Beispiel der sogenannten gemischten Kultur,der –Kultur an den Grenzen von Kulturräumen-, da er sich , ohne den Bei-trag überlieferungen aus dem Mittelmeerraum zu ignorieren, wegen seines Geburtsortes und vor allem wegen seiner innerlichen Veranlagungvöllig zu den nordeuropäischenusdrucksformen und weisen hingezogenfühlt, die letztlich geeigneter sind, inhalten darzustellen, die von einer derartigen Ruhelosigkeit befallen, sind daß sie stets über dem Abgrund des Geheimnisvollen schweben. Die bilder dieses Künstlers, das eine an das andere gereiht, ergeben ein Langes, verträumtes Wiederleben eines erfundenen Mittelalters, für dessen Gestaltung mehr das emotionale Erleben der Legende als die Geschichts- Kenntnis, mehr die Pulsationen der unergründlichen Psyche als die geistig erfaBbare Erkenntnis zählen . Dadurch nimmt dieses Wiedererleben die Züge einer umfassenden und
schwer deutbaren Sage an, die aus den Abgrüunden der Zeit eine Schar von Geistern heraufbeschwört, von denen jeder eine sjmbolische Gestalt animmt, so daß der logische Verlauf der –Erzählung- der –Offenbarung- weicht , die sich aus einem unerschöpflichen Gespinst metaphorischer Anspielungen löst.
Die Gestalten ,- die nie das Licht der Welt erblickt haben - , die zeitlebens Gefangene der Dunkelheit sind, zeichnen sich gleichsam von einer fließenden Traumszenerie ab:Hintergrüunde mit weichen , prallen Formen oder mit weichen , zauberhaften Schleiern, die wie Erscheinungen da zu zerfließen und dort plastisch hervorzutreten scheinen, je nach dem Zweck, den sie in der Darstellung des Künstlers zu erfüllen haben. Sie sind die Hauptdarsteller einer Unterwelt, in der sich unentwegt eine Metamorphose abspielt , so daß sie in jedem Augenblick der Veränderung verzweifelt und hoffnungslos nach ihrer verloreren Identität suchen , Diese verzweifelte Suche ist das Merkmal der Seele des Mitteleuropäers. Jede angenommene Gewißheit wird somit von einer aufsteigenden Schwermut verwirrt, und an ihre Stelle tritt die unentwegte Bereitschaft und Aufgeschlossenheit , womit dem Zwiespalt die Tore geöffnet werden . Die wehrlose Unschuld eines nackten Frauenkörpers zum Beispiel verkrampft sich zu einer teuflischem Gebärde ; die feierliche Haltung eines Mächtigen verfällt zur höhnischen Griemasse eines stumpfsinningen und grausamen Satrapen: das Glück eines Liebespaares stürzt unweigerlich In den Sog perverser Leidenschaft. Um die Hauptfiguren verbreitet sich ein Gewühl von Statisten und Komparsen . Es sind die Monstren nordischer Mythologie , die vom Künstler in ihrer typisch krüppelhaften und bestialischen Gestalt dargestellt werden, als Sinnbild einer Leidenschaft , einer Perversität oder Eines Sündenfalls, die sich anschicken , einen esoterischen Ritus zu vollziehen : die Herrscherin , die ihren Lieblingszwerg in Armen hält ; bartige Frauen und Kindermörderinnen , Hexen und Besessene , hässliche Erst dem Reagenzglas entschlüpfte Kobolde , lebende Köpfe eines Mannes und einer Frau auf einem Tablett und Tribaden in prachtvollen Frauengemächern . Diesen ikonographischen Motiven – die beunruhigen und unanfaßbar Ja sogar flüchtig sind – verleiht Archis eine prezise , von jeglicher Suche nach Gefälligkeit freie und streng an die Schaffensvorstellung gebundene Aussage, die durch die Verwendung der in –Sombres- Tönungen gehaltenen Temperfarben die völlige Unmittelbarkeit Herstellt. Abschleißen ist festzustellen, daß Archis in seinem derzeitigen Schaffen eine Position einnimt , einsam aber völlig berechtigt, ja sogar in viel berechtiger Weise als so mancher Pseudoavantgardist.
Archis beweist, daß das Bekenntnis zu sich selbst und zur Herkünft die erste Voraussetzung für eine Malerei ist , die nicht durch rein formalistische Betätung steril wird , sondern echte Aussagen zu vermitteln vermag. Die Aussage seiner Bilder vermag uns zu fesseln: sie beleuchtet die dunklen Kräfte der Seele, sie verleitet uns , daran zu denken, daß die Monstren nichts anderes sind als Symbole zutiefst in unsere Seele verdrängten Gedankengutes.
Durch die Fähigkeit , Abstand von den Dingen zu halten , führt uns der Künstler ins Herz einer ungeahnten Welt , wo das Paradoxe vorherrscht. Das Paradoxe, so schrieb jung, gehört zu den wertvollsten Schätzen des eistes , weil es die fülle des Lebens zu erfassen vermag , während das Eindeutig, das keine gegensätze in sich birgt , einseitig und ungeeignet ist , das Unerfaßbare auszudrücken.

Mailand , oktober 1981


Carlo Munari, (Milano, ottobre 1981)

Nell’opera di Pietro Archis vano sarebbe ricercare referenze o adduzioni presso le correnti linguistiche della contemporaneità. Le origini di quell’opera sprofondando infatti nelle lontananze del tempo e si alimentano di linfe desuete, restituite a geografie mitteleuropee e nordiche. Per sotterranee relazioni analogiche le figure che l’artista va evocando s’apparentato a quelle espresse da Hans Baldung Grien o da Nikolaus Deutsch, in epoca più tarda dal Paul Hermann. E vibrano per una tensione visionaria che trapassa un intero corso artistico, dalle stagioni del gotico fino e kubin.
Parlo di relazioni analogiche in quanto Archis partecipa di questo universo per spinta istintuale o, a dir meglio, per vocazione insopprimibile. Ritenere dunque, la sua, un’operazione di recupero – con quanto di deliberato il recupero comporta – significherebbe sfalsare il significato stesso dell’opera, la quale non può venire in alcun modo costretta nei limiti di un revival, seppure intelligente e sapiente, ma considerata bensì per ciò che oggettivamente essa è : libera affermazione di una fantasia all’artista esclusiva.
Archis, insomma, è la puntuale proiezione della cosiddetta cultura mista, della <<cultura di frontiera >> poiché, pur non ignorando i portati della tradizione mediterranea, per ventura di nascita è, soprattutto, per disposizioni interiore risolutamente incline vero gli assetti linguistici del Settentrione europeo,i più idonei, del resto, ad esprimere contenuti tanto inquietanti da restare di continuo sospesi sul baratro dell’enigma.
L’uno accanto all’altro, i dipinti di Archis compongono una lunga, trasognata rivisitazione di un immaginario Medio Evo, a connotare il quale più che la nozione storica conta l’emotività della leggenda, più che il dato acquisito a livello d’intelletto la pulsione della psiche profonda.
Ne consegue che tale rivisitazione assume i lineamenti di una saga vasta e complicata che dagli oscuri fondali del tempo richiama una popolazione di fantasmi in ciascuno dei quali si incarna un contenuto simbolico, così che il << narrato >> di logica cadenza cede al << rivelato >> riaffiorante da una inesausta trama di allusioni metaforiche.
Questi personaggi << che non hanno mai visto la luce >> questi personaggi cioè, perennemente prigionieri nel dominio della notturnità, si inscrivono in uno spazio fluido – che in qualche modo rimanda ad uno schermo onirico: sfondi simili a polpe carnose o a morbidi, incantati velari – e, similmente ad apparizioni, ora da quello spazio sembrano nell’imminenza di venire riassorbiti ed ora invece vi si adergono in plastica evidenza: dipende alla funzione di cui sono investiti nel contesto della vicenda che l’artista rappresenta.
Sono i protagonisti di un mondo infero nel quale si sta attuando una metamorfosi senza tregua, al punto che essi attestano ad ogni passo la disperante, angosciosa ricerca di una smarrita identità – la quale costituisce appunto il tratto distintivo dell’interiorità mitteleuropea.
Ogni presunta certezza viene così stravolta dall’insorgere di una cupa follia e tosto sostituita dalla disponibilità incessante che favorisce il trionfo dell’ibridismo. La difesa castità di un nudo femminile, ad esempio, si distorce in una convulsione demoniaca; l’atteggiamento ieratico di un potente precipita nella maligna positura di un satrapo ottuso e crudele; la felicità di una coppia di amanti viene d’un colpo risucchiata nei gorghi di un eros perverso. Attorno a questi protagonisti si dipana la folla dei comprimari e delle comparse. Sono i mostri di una mitologia nordica colti dall’artista nelle loro peculiarità deformi e ferine – emblematizzanti un vizio, un pervertimento, una caduta, mentre s’apprestano a n rito esoterico: la sovrana che reca fra le braccia il nano prediletto, donne barbute ed Erodiadi pronte al delitto, streghe ed ossesse, omuncoli appena sortiti dalla provetta, le teste recise ma vive di un uomo e di una donna giacenti su un vassoio e tribadi che popolano sontuosi ginecei.
A questi motivi iconografici – che, ripeto, tanto sono inquietanti quanto impalpabili e persino sfuggenti – Archis consegna una divisa linguistica puntualmente adeguata – estranea ad ogni pur possibile compiacimento e in esatta osservanza, invece, al dettato della propria immaginazione creativa- cui l’adozione della tempera, scelta in ordine ad una economia di tonalità sombres intese ad accentuare la calibratura evocativa dell’immagine, garantisce una perentoria icasticità.
Si rileverà, in conclusione, che nel composto quadro delle attuali esperienze Archis mantiene una posizione solitaria ma del tutto legittima – più legittima, anzi, di tanti distillatori di pseudoavanguardie.
Archis dimostra che la fedeltà a se stesso, alle proprie origini, è presupposto primario ad una pittura che non si isterilisca nell’esercizio formalistico ma sia capace di promuovere un messaggio di sicura pregnanza. Dalle sue immagini quel messaggio discende e trattiene la nostra attenzione: illumina intorno alle trame occulte dalla psiche, induce a rammemorare che i mostri altro non sono che i simboli di contenuti repressi negli stati criptici dell’io. E per quel che più conta, in forza della facoltà di straniamento in cui è dotato, ci trasferisce nel cuore di un cosmo impreveduto dove impera il paradosso: quando il paradosso, come scrive Jung, <<appartiene ai beni spirituali più che univoco, che non ha contraddizioni, è unilaterale e quindi inadatto ad esprimere l’innafferrabile.

Renzo Margonari  (Mantova 1978)

(…) L’espressività pittorica di P. Archis viaggia su un binario dilemmatico, ma anziché puntare sulla rilevazione della dicotomia tra reale e sogni, tra antico e moderno, tra classico e grottesco, tra ombra e luce, egli ricompone tutti questi dissidi – che spaziano dai contenuti ai significati della sua pittura, ipotizzando, in una sorta di limbo estetico, la loro convenienza. Si comprende allora che l’uso particolare dello sfumato nel delineare una condizione ambientale, in cui l’ombra prevale sulla luce così da rendere accettabili i satiri alle vergini, gli angeli ai demoni i santi ai peccatori, i mostri agli efebi, i buoni ai cattivi, è un uso preordinato e consapevole, finalizzato a ricomporre questo suo mondo di contrari sforzati a convivere. Si tratta dunque d’uno scavo interiore in cui la realtà è solo il supporto visivo dell’indicibile.
Archis è un pittore introverso di ardua decifrazione, poiché, proprio mentre a l’aria di volerci dire tutto, nasconde all’interlocutore la primaria possibilità di approccio, come ascoltare le confidenze abbondanti di un tale di cui non si comprenda la lingua: è quel che capita a voler decodificare, verificando i dettagli, i quadri di Pietro Archis che devono invece essere letti a partire dal perimetro con visione complessiva.
Se ci si lascia attrarre dalle trafitture di luce che punteggiano le sue immagini, si viene attirati nell’ombra dove non esistono più i termini di riferimento spaziale a cui siamo usi, né l’altro né il basso, e restiamo privi di ogni appoggio.
Indulgere nel tentare una spiegazione razionale ed oggettiva è, d’altra parte un sicuro metodo di ristare esclusi irrimediabilmente dal loro fascino intrigante.
Salvatore Maugeri ha colto esattamente il senso più interno delle figurazioni di Archis rilevando che < i tempi di narrazione piuttosto che essere ricondotti a motivazioni implicanti strutture razionali, risultano essere stabiliti dalle spinte di natura psicologico – emotive, le quali impongono l’agglomerarsi o il dipanarsi delle immagini, il loro emergere nei primi piani o il loro svanire nell’indeterminatezze >: impeccabile diagnosi che autorizza la legittimità di considerare fondamentale nell’opera dell’artista l’apporto constante dell’inconscio e conseguentemente la sua collocazione tra i rappresentanti dell’arte fantastica. Poi, il fatto che Archi si nutra nello etnos, dove lo scontro con le realtà della moderna barbarie tecnologica con l’antico ritmo di vita anziché allontanare l’immaginazione popolare dei suoi miti e visioni oniriche, né abbia acutizzato la necessità, contribuisce per la sua parte a determinare il riconosciuto arcaismo delle se istanze stilistiche.

Luigi Serravalli,  (Merano 1976)

È certo che la volontà di raccontare e di ascoltare racconti fanno parte delle strutture mentali di tutti. Quindi un’arte racconto, figurativa risponde a una esigenza che è iniziata con le grotte di Lascaux e non si vede quando potrà finire.
Mente poi, tanti giovani, (alcuni con le carte in regola altri con in mano cinque scartine) iniziano oggi il cammino dell’arte, con molta “blague” e un notevole corredo di proiettori, tele emulsionate, forbici, colla, nastri adesivi, spruzzatori ed altre diavolerie. Pietro Archis crede nel racconto e nella pittura narrativa grafica dal disegno e dalla incisione di gusto europeo dal Cinquecento ad oggi.
Stabilita la sorgente, il fiume si scaverà poi i suoi sassi per arrivare a valle ed Archis ci sembra abbia molta possibilità sopra tutto, per una sua vena contadina che gli fa guardare le cose del mondo al tempo stesso con realismo e stupore.
Le “storie” di Archis sono ancorate in un tempo arcaico, dentro ad ambienti di queste montagne. Stanza odorose di cirmolo, stufe di ceramica, suppellettili in legno, finestre impiombate, tovaglierie pesantemente ricamate, poca luce dalle piccole finestre, colori smorti, opachi, spesso invernali. Si sente un lontano odore di cibi, forse il muggito e lo zoccolare di una vacca dalla stalla sottostante. Qui si svolgono i miti e riti di una gente un po’ reale, un po’ fiabesca: un racconto “aperto”. Chi guarda sente e inventa.
Donne e uomini, vecchi e giovani, spuntano, si mostrano, quasi si nascondono nelle finite movenze della vita quotidiana esplorata pazientemente fino nelle cose più intime e recesse. Archis usa per il suo mondo, il chiaroscuro, i diversi tipi di tecnica disegnatoria, gli inchiostri, qualche accenno di colore, tutti ingredienti che gli servono a seguire passo per passo questo Kammerspiel dietro alla latebre in un mondo che non può non avere lontane origini dall’infanzia.
Anche se Archis dà n sapore letterario alle sue saghe, riferendosi al buon gigante Gargantua ed al suo figlio Pantagruel che sono alle origini della nostra cultura contemporanea, ancora, in tante cose, legati al Medio Evo, ma già così protesi verso la critica e la contestazione, nelle meravigliose pagine della “satira” rabeleisiana”, tuttavia forse pensa a Wolkenstein e al mondo del Medio Evo tirolese. Certi profili aguzzi come topo, certe creature misteriose, un po’ maghe e n po’ streghe. Certi tipi che ci ricordano una Circe riveduta dal Dürer o da Cranach, sono tutti elementi “gotici” che Archis riporta alla luce in questo suo raccontare, dal “buio”, da un fondo di colore che è poi uno spessore di spazio
tempo.
Una pittura così ha una sua consistenza, dà da riflettere, consente lunghe meditazioni.
Partenza per un cammino che potrebbe, non senza cambiamenti anche notevoli, durare una vita.


Carlo Galasso, (Bolzano 1971)

I lavori eseguiti da Pietro Archis, un giovane studente che ha iniziato la sua preparazione presso la Scuola d’Arte di Ortisei e si è portato quindi a Firenze, per frequentarvi i corsi superiori del Magistero artistico, sembrano abbastanza congrui per una prima mostra, che si può ben definire “sperimentale”, in rapporto agli scopi che si prefigge.
Ovvio l’obbiettivo fondamentale: vagliare le reazioni dei visitatori davanti ai quadri e trarne quegli insegnamenti che sono conseguibili soltanto attraverso una esposizione pubblica.
In realtà Archis, che è nato a Belluno il 5 marzo 1951, avrebbe potuto tentare prima la prova, con una “personale” sufficientemente valida e una presenza efficace.
Ha preferito attender, ed ha fatto bene: durante la triennale frequenza dell’istituto gardenie agli aveva indubbiamente acquisito gli elementi essenziali per l’avviamento alla pratica delle arti figurative e le basi necessarie per ulteriori progressi.
Ma è stato nel grande crogiolo toscano che la sua visione pittorica ha cominciato a spaziare in ben più dilatanti e ricchi orizzonti, e l’ispirazione ha cominciato ad attingere maggiori contenuti, operando quella maturazione la quale – pur lunghi dall’essere completa – è tuttavia già pervenuta ad un grado significativo, come è attestato da quanto viene oggi esposto nella Sala Capitolare.
Un’occhiata alla “personale” rivela anzitutto che, nel momento attuale, Pietro Archis è prevalentemente un grafico.
Il disegno, ridondante di modulazioni e di varianti fantasiose, che si compongono in complesse figurazioni realizzate sotto la spinta di una fantasia vivace, rivelano peraltro una tendenza verso spaziose stesure proprie della pittura.
Anche il colore, steso dapprima con mano esitante, come per una spinta a ritroso e per un successivo ripentimento, comincia qua e là a risaltare con più intense accentuazioni, perdendo gradualmente quel carattere quasi esogeno, comune peraltro a tutti i grafici che non vorrebbero forse turbare la pura bellezza del segno con l’inserimento di elementi estranei.
Non si può per ora trarre un giudizio definitivo né formulare una previsione sicura circa l’orientamento finale di Archis: egli è ancora troppo giovane, e la strada è lunga e difficile.
Ma, se si tiene conto della sua ostinata applicazione allo studio e della volontà di giungere alla meta, si deve concludere che il futuro gli si presenta con promettenti e felici prospettive.
Del resto, anche i quadri che ci offre in questa esposizione preliminare hanno una loro validità, e sono anzitutto il risultato, non di una affrettata faciloneria, ma di una dedizione spontanea e razionale. E una premessa cosiffatta è già una buona garanzia.



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